La storia di Ernesto Picchioni, il killer noto come Mostro di Nerola: le trappole sulla via Salaria, le vittime attirate nel casolare, l’arresto e la condanna.
Ernesto Picchioni è passato alla cronaca come il Mostro di Nerola o il Mostro della Salaria, uno dei primi grandi nomi della cronaca nera italiana del dopoguerra. Viveva in un casolare isolato lungo la via Salaria, nei pressi del chilometro 47, in una zona di campagna tra Roma e il Reatino. Proprio quel tratto di strada sarebbe diventato il centro della sua storia criminale.
Secondo le ricostruzioni dell’epoca, Picchioni era un uomo violento, temuto anche dalla famiglia. Abitava con la moglie e i figli in una casa occupata abusivamente e viveva ai margini, tra piccoli espedienti, furti e lavori occasionali.
Ma dietro quella vita povera e brutale si nascondeva qualcosa di ancora più oscuro: una trappola preparata per attirare viaggiatori soli e vulnerabili.

Ernesto Picchioni: la trappola sulla Salaria e le vittime nel casolare
Il metodo attribuito a Picchioni era semplice e spietato. Avrebbe sparso chiodi sul tratto di strada vicino alla sua abitazione per forare le gomme di biciclette e piccoli mezzi. Quando i viaggiatori si fermavano e chiedevano aiuto alla casa più vicina, lui li accoglieva, li faceva entrare e poi li aggrediva per derubarli.
Tra le vittime identificate ci fu Alessandro Daddi, impiegato civile del Ministero della Difesa, scomparso nel maggio 1947 mentre viaggiava da Roma verso Contigliano a bordo di un piccolo ciclomotore. Le indagini dei carabinieri si concentrarono su Nerola dopo alcune testimonianze che collegavano Picchioni proprio al mezzo della vittima.
Le rivelazioni decisive arrivarono dalla moglie e dai figli, che raccontarono anni di terrore domestico e permisero agli investigatori di ricostruire anche omicidi precedenti.
Tra questi venne indicato quello dell’avvocato romano Pietro Monni, scomparso nel 1944 dopo essersi fermato per una ruota bucata. Nei terreni intorno al casolare furono trovati resti umani, alcuni dei quali appartenenti a vittime mai identificate.
L’arresto, la condanna e la morte in carcere
Picchioni venne arrestato nell’ottobre 1947. In paese la scoperta provocò un’ondata di paura e rabbia: il casolare sulla Salaria venne raccontato dalla stampa come una sorta di “orto degli assassinati”, il luogo in cui i corpi venivano nascosti dopo le aggressioni.
Al processo tentò anche di presentare una spiegazione politica dei delitti e poi di passare per incapace di intendere e di volere. La perizia, però, lo dichiarò lucido.
Nel marzo 1949 venne condannato a due ergastoli e 26 anni di carcere per gli omicidi di Daddi, Monni e due vittime rimaste senza nome. Nel 1954 arrivò anche un’ulteriore condanna all’ergastolo per l’omicidio del camionista Mario Lucchesi, scomparso nell’ottobre 1945.
La sua storia si chiuse nel carcere di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba, dove morì nel 1967 per un attacco cardiaco. Il caso Ernesto Picchioni resta una delle pagine più nere della cronaca italiana del dopoguerra: una casa isolata, viaggiatori spariti nel nulla, una famiglia terrorizzata e una strada diventata simbolo di paura.